Sulla pagina ufficiale dell’Università dell’Idrogeno, fondata da Nicola Conenna, è stato condiviso un intenso ricordo del professor Carlo Barbanente dell’Università, che pubblichiamo con commozione anche sulle nostre pagine.

IN MORTE DI NICOLA CONENNA
Dice un proverbio che al tramonto anche i nani gettano ombre lunghissime.
È vero però anche il contrario: quando il sole sorge le ombre dei grandi uomini possono sembrarci quelle di giganti.
Ho conosciuto Nicola Conenna all’alba della mia adolescenza nel nostro paese sul mare e questo è il racconto di un gioco di ombre di cui sono stato testimone ma, forse anche, di un pezzo autentico della vita di un amico.
Come lo fossimo diventati non lo ricordo più, era amico di amici, nei paesi -era ancora più vero un tempo- tutti conoscono tutti e se avevi idee politiche simili si diventava compagni nel vero senso del termine.
Nicola a Mola però non ci viveva, ci tornava.
Era sempre reduce da qualche viaggio, da qualche progetto, da qualche avventura e pronto a raccontarla.
Con la sua grande barba da fisico, da filosofo naturalista della Magna Grecia, da Assiro-Babilonese, da guru psichedelico californiano, da latitante di Prima Linea ci raccontava di come qualche settimana prima avevano srotolato con altri attivisti di Greenpeace un lungo striscione contro il nucleare sulla ciminiera della centrale nucleare di Latina rischiando l’arresto, delle balene che gli erano affiorate accanto al largo dell’isola della Maddalena a bordo di un motoscafo , delle chiacchierate sotto le stelle estive con Dario e Jacopo Fo nella loro “Alcatraz” nelle campagne di Gubbio.
E prima ancora del ’68 al liceo Scacchi e degli anni ’70 al Campus di Bari e in giro per l’Italia con crocevia Bologna a casa del caro Carlo Moccia, porto di mare per tutti i molesi di passaggio, di Lotta Continua e non, e con ospite fisso Enzo del Re.
Ma Nicola parlava soprattutto di Fisica, della doppia natura delle particelle subatomiche, delle alternative alla fissione e dell’idrogeno, che abbinato al fotovoltaico, avrebbe fatto uscire la Storia dalle ere della scarsità energetica (e quindi della guerra) e fatto entrare il genere umano in una nuova epoca di prosperità condivisa, pace e democrazia.
Gusto e capacità di racconto forse ereditata da suo padre, reduce di El Alamein e poi prigioniero in India degli inglesi, che con i suoi baffi sottili e i suoi capelli impomatati (passati gli 80 anni) ancora neri, sembrava David Niven uscito da un film degli anni ’50 sulla guerra appena conclusa.
E a me il tenente Stella di Aficionados dell’amato Andrea Pazienza.
Determinazione forse ereditata da sua madre, professoressa di francese ma non frivola come certe rappresentazioni della cultura d’oltralpe, anzi austera e decisionista e dal volto serio e spigoloso come la Louise Michel della Comune di Parigi.
Nicola che aveva sul muro davanti alla scrivania, tra la strumentazione di laboratorio, la foto di John Belushi nei Blues Brothers con il volto sporco di grasso malgrado la cravatta.
Che piacere e quale privilegio è stato sentirlo duettare attorno a quella scrivania con il suo amico l’indimenticabile Franco Acanfora, una perfetta fusione tra un fisico geniale ed un esilarante finto-cinico alla Ugo Tognazzi.
Nicola, sempre in giro per il mondo ovunque avesse un amico anche solo con un pezzo di pavimento dove srotolare un sacco a pelo, era sempre pronto ad ospitare e a mettere un piatto in tavola in più, se in quel momento della sua vita aveva un tavolo e un tetto (cosa non scontata).
Cosmopolita ma innamorato della nostra terra e, prima che diventassero di moda, sempre in cerca di vecchie masserie, torri, aie, calette, prati dove inventarsi momenti di convivialità per raccogliere fondi per imprese politico-scientifiche.
Nicola sempre imperturbabile, razionale e ottimista anche nelle situazioni più estreme e disperate, al punto che me lo immaginavo (e questa è la lezione umana più grande che mi ha lasciato) dentro un aereo che precipita avvitandosi, sedersi tranquillo con carta e penna per calcolare – secondo accelerazione e forza d’inerzia tangenziale- lo sportello migliore da cui gettarsi.
Nicola è stato un vero sognatore, con la testa tra le nuvole di una Città Futura ma i piedi ben piantati nelle scienze esatte e nella tecnica che padroneggiava con grande competenza (prima di dedicarsi alla Fisica aveva studiato Ingegneria) e sulle quali, se per caso gli chiedevi un chiarimento, non si tirava indietro e dovevi risederti sulla poltrona che stavi per abbandonare o spegnere i fari e il motore dell’auto con cui lo avevi accompagnato sotto casa e ascoltarlo mentre ti spiegava con la leggerezza del grande divulgatore ma analitico e senza approssimazione.
Con la testa nelle nuvole d’idrogeno dell’utopia, Nicola è andato spesso a sbattere e ha fatto andare a sbattere, è inciampato e ha calpestato qualche volta dei piedi, pure degli amici, facendosi anche nemici (se uno scienziato cerca la Verità si deve omaggiare -in morte- della stessa) ma non l’ha mai fatto per tornaconto personale.
Se non intendiamo per tornaconto l’essere riuscito a vivere un’esistenza avventurosa e sempre in fuga dalla routine borghese (con gli alti prezzi personali, però, che si pagano per la mancanza di un porto sicuro).
Ma non era la ricerca romantica dell’ebrezza, ma un movimento perpetuo al servizio di una trasformazione energetico-economica e quindi sociale che credeva possibile con tutte le sue forze.
Nicola come tanti della sua generazione ha creduto veramente negli ideali di una rivoluzione socialista e democratica, come pochi non li ha mai abbandonati, come pochissimi ha cercato da vero marxista di dargli un fondamento materiale (nuove fonti energetiche rinnovabili, tecnologie di loro cattura economiche e diffuse che avrebbero democratizzato i mezzi di produzione e quindi i rapporti sociali).
Credeva talmente tanto nella capacità delle idee di trasformare la realtà che è stato dimentico della sua corporeità e dei suoi malanni. Credeva che la Volontà potesse ordinare e ottenere dal suo corpo qualsiasi cosa.
Come il capitano di un vecchio veliero rattoppato.
Negli ultimi tempi con la sua “gamba di legno” ci dicevamo che gli mancava solo il pappagallo sulla spalla per diventare un vero pirata.
Non ha risparmiato e non si è risparmiato niente.
Ne “Il Giro del Mondo in 80 giorni” di Jules Verne il protagonista, esaurito il carbone, per alimentare la fornace del battello a vapore che deve portarlo alla meta comincia a smontarlo pezzo per pezzo e buttarlo nel fuoco.
Arriverà al a destinazione praticamente aggrappato alla sola caldaia che galleggia a stento sui pochi residui di uno scafo.
Nicola ha fatto un po’ lo stesso con la sua vita e col suo corpo, per immaginare e realizzare un mondo nuovo.
E grazie a lui forse il traguardo è un po’ più vicino.
Carlo Barbanente – 30 giugno 2026









